RIFLESSIONI AL TERMINE DEL MIO PRIMO ANNO DI ‘LAVORO’ COME MAESTRA MONTESSORI

Una finestra affacciata su un cortile di ghiaia, circondato da vecchi tigli che hanno visto chissà quante generazioni di bambini giocare alla loro ombra. La luce che irrompe nelle aule per strappare grandi e piccoli all’afa delle grandi stanze e portarli con sé fuori, all’aperto, a godere di tutta quella vita che appare solo agli occhi di chi sa ancora guardare.

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Sono passati diversi anni da quando ero io, bambina, a sentire il profumo dell’estate e l’eccitazione per la fine della scuola. Maggio è sempre maggio: dolce, aromatico e fugace, ma gli alberi  della mia scuola erano diversi, il cortile forse più grande e l’erba del prato più alta. Anche l’aula era molto diversa: c’erano file di banchi sulla cui superficie si appiccicava la pelle delle braccia nude. In un angolo, su un tappeto, secchi di costruzioni costituivano la maggiore attrattiva per le nostre manine impazienti. Alla parete, una lavagna nera e del gesso bianco. Ricordo dolcemente quei giorni.

A distanza di anni eccomi dall’altra parte nel ruolo di maestra, appellativo a cui non riesco ancora ad abituarmi, forse perché mi ero sempre immaginata a fare tutt’altro nella vita. L’aula in cui lavoro è molto diversa da quella che conobbi da bambina. Anche qui la luce entra prepotentemente ma anziché posarsi sui banchi in fila, si posa su scaffalature di legno naturale che ospitano materiali pensati per essere toccati, vissuti e apprezzati nelle loro finiture di pregio. Una tazzina di ceramica qui, un vaso di vetro con fiori di campo poco più in là, il legno protagonista assoluto con il suo odore di ‘buono’. I toni neutri che evocano serenità e fanno sì che io per prima possa sentirmi serena e rilassata in questa Casa dei Bambini. Sui tappeti ci si può sdraiare e i piccoli tavoli disposti singolarmente qua e là, vengono occupati ora da uno e ora da un altro bambino, a seconda delle attività che decidono di svolgere in quel momento. Il giardino rappresenta la naturale estensione dell’aula soprattutto in questo periodo di incessante vitalità.

Non è stato facile e non lo è ancora per me, maestra alle prime armi, entrare in questo ‘santuario’ in punta di piedi. Abbassare la voce, mettermi da parte e osservare. Mordermi la lingua giusto in tempo per trattenere un commento di troppo. Agire senza disturbare, guidare senza imporre. Ascoltare, prima di tutto. Imparare. Pazientare ancora un po’. Domandare scusa. Ringraziare. Trovare il lavoro adatto per quel bambino in quell’esatto momento. Non è per niente facile no. Ho invocato, imprecato, riletto, pensato e ripensato Maria Montessori. A momenti avrei dato chissà che per scambiare due chiacchiere con lei e dirle: “ma senti un po’, Maria, mi prendi in giro per caso?! Ma e questa normalizzazione?!” Altre volte avrei semplicemente voluto ringraziarla dal profondo per avermi aperto gli occhi ed essere quindi stata in grado di intravedere il “vero bambino”.

Sono profondamente grata per questa meravigliosa opportunità di crescita, ma anche sempre un po’ spaventata dalla responsabilità del mio ruolo. Poi un bimbo arriva a scuola felice, chiamandomi per nome e salutandomi con un sorriso radioso, impaziente di mostrarmi un piccolo oggetto a lui caro e mi dico che forse, dopotutto, non ho combinato troppi danni con la mia inesperienza e forse, se non altro, mi ricorderà un giorno con affetto… Non è una cosa meravigliosa?

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